
Quando ci capita di osservare qualcuno dei tanti manufatti a tecnologia rigida che tuttora fanno da sfondo alla nostra esistenza, non secondo la logica con cui è stato realizzato, ma in un’ottica puramente formale, quasi fosse un’ immagine d’arte che chiede solo di essere giudicata per la sua valenza estetica, i riferimenti che possono imporsi alla nostra attenzione sono essenzialmente due: la decorazione diffusa e la libera composizione di parti separate. Due riferimenti che ovviamente fanno capo a due diversi tipi di organizzazione percettiva: il pattern regolare in cui l’elemento iterato tende a sottomettersi all’insieme producendo un effetto “texture” anche laddove si accampi saldamente nella terza dimensione, e il bilanciamento empirico tra volumi dotati ciascuno di un proprio carattere ma disposti a trovare un punto d’incontro nella comune relazione con lo spazio destinato a contenerli.
Nel primo caso siamo portati a trascurare il godimento estetico che potremmo ricavare dalla nostra operazione, in quanto troppo banale, troppo vicino al semplice piacere, quasi fisico, della ripetizione,.. Read the rest of this entry »